Sullo sfuso il Brunello è il rosso più quotato. Cencioni: “la qualità è sempre stata un nostro obiettivo”

Un nuovo primato per il Brunello di Montalcino che, dati alla mano, può essere considerato ancora una volta a tutti gli effetti il “re degli sfusi”. Il “borsino” degli sfusi di Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), su dati riferiti a giugno 2017 e analizzati da WineNews, fa emergere un quadro decisamente variegato ma non omogeneo. Per quanto riguarda i rossi è proprio il Brunello di Montalcino il vino che raggiunge la quotazione più alta in assoluto, oltrepassando i mille euro al quintale. Una notizia accolta in modo positivo dal settore. Contattato dalla Montalcinonews ll presidente del Consorzio del Brunello Patrizio Cencioni spiega “come i numeri dimostrino i risultati importanti ottenuti e sono un effetto della scelta del 2006 di diminuire le rese. Sul prezzo dello sfuso ci siamo mentre su quello della bottiglia ci sono alcuni casi non all’altezza del marchio anche se va sempre analizzata la situazione azienda per azienda. La quotazione tocca anche punte superiori ai 1300 euro al quintale. La qualità è sempre stata un nostro obiettivo, siamo sulla strada giusta ma è giusto non porsi limiti”. Un parere confermato dal direttore del Consorzio del Brunello di Montalcino Giacomo Pondini: “il dato è indicativo di un momento positivo per la denominazione e certifica come tutta la filiera di produzione sia remunerata in modo adeguato”.

Analisi Winenews su borsino degli sfusi di Ismea: Brunello di Montalcino al top

Secondo l’analisi di Winenews sul borsino degli sfusi di Ismea, il Brunello di Montalcino raggiunge la quotazione più alta in assoluto. L’estate è ancora nel vivo, ma con le temperature di giugno e luglio che hanno dato un’accelerata importante alla maturazione delle uve, la vendemmia tra i filari del Belpaese è molto più vicina del solito, e allora diventa fondamentale, per le aziende, fare spazio in cantina. Cominciando dallo sfuso, a patto che ne sia rimasto sul mercato, con il valore calcolato, per le principali denominazioni da Ismea – Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (dati a giugno 2017, prezzi alla produzione dell’ultima annata in commercio, franco magazzino produttore, e Iva esclusa, calcolati su medie statistiche, che possono differire in parte, in più o in meno, dalle reali quotazioni riscontrate dagli operatori sul mercato, ndr). Un vero e proprio borsino, analizzato (ed integrato) da WineNews, da cui emerge un quadro decisamente variegato, ma tutt’altro che omogeneo (www.ismeamercati.it). Partendo dai vini rossi, nelle Langhe il Barolo spunta lo stesso prezzo di un anno fa, 820 euro al quintale (anche se, di fatto, non c’è più prodotto e non ci sono scambi, ndr), mentre il Barbaresco guadagna il 7,3% ed arriva a 515 euro al quintale, con il Nebbiolo d’Alba che resta sui 285 euro al quintale, ed il Dolcetto, sia di Alba che di Diano, stabile a 150 euro al quintale. Sempre in Piemonte, a fare il punto sul mondo “Barbera”, è il Consorzio della Barbera d’Asti e Vini del Monferrato: si parte con il Piemonte Barbera, che oscilla tra i 70 ed i 110 euro a quintali, mentre la Barbera d’Asti va tra i 100 ed i 150, la Barbera d’Asti Superiore tra i 150 ed i 250 euro al quintale, mentre il Nizza è intorno ai 250. Ed interessante anche la performance del Ruchè, tra i 260 ed i 320 euro al quintale. Meglio ancora fa il Brunello di Montalcino, il vino che raggiunge la quotazione più alta in assoluto, superando i mille euro al quintale (1.010, +14,1%), mentre, rimanendo nella Toscana del Sangiovese, il Chianti Classico è su di una quotazione di 230 euro al quintale. Bene anche Bolgheri, con il prezzo dello sfuso, nonostante un livello di scambi relativamente marginale, che, come dice a WineNews il Consorzio dei Vini di Bolgheri, tocca i 500 euro al quintale, il 11% in più della media degli anni precedenti. Ultimo dei toscani, il Nobile di Montepulciano, con l’ultima annata in commercio, fa sapere il Consorzio del Vino Nobile, la 2014, che oscilla tra i 280-350 euro al quintale. Per l’Amarone, invece, i dati arrivano direttamente dalla Camera di Commercio di Verona, che parla di un range che va, per l’annata 2013 dell’Amarone della Valpolicella Classica, di 850-950 euro al quintale, mentre la 2014 spunta prezzi inferiori, 800-900 euro al quintale, prezzi che scendono in media di 50 euro per gli Amarone prodotti nelle altre zone. Il Valpolicella, invece, mantiene le stesse quotazioni di un anno fa: 285 euro al quintale. Infine, tra i grandi rossi, perché ormai tale si può considerare, l’Etna, a 150 euro al quintale, in crescita dell’11,1% sul 2016. Detto dei più quotati, ci sono poi quei rossi che, facendo i conti in tasca al commercio enoico italiano, fanno i grandi volumi. Come il Chianti, che costa 97,50 euro al quintale; perde qualcosa anche il Lambrusco di Sorbara, a quota 75 euro al quintale (-7,4%), così come il Montepulciano d’Abruzzo, a 73,75 euro al quintale (-4,1%). Infine, un vino in crescita, non tanto nel prezzo quanto nell’interesse dei wine lovers, il Rosso Conero, a 112,5 euro al quintale. Spostando l’attenzione sui bianchi (dalle rilevazione mancano quelli dell’Alto Adige, da sempre ai vertici assoluti per quotazione, ndr), salta immediatamente all’occhio la quotazione del Gavi, che, con una crescita del 10% sul 2016, tocca i 275 euro al quintale, una dinamica di prezzo ricalcata specularmente dal Cortese di Gavi. Entrambi, così, scavalcano il Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, che spunta una quotazione di 270 euro al quintale, esattamente come un anno fa, mentre, al contrario, il Prosecco Doc perde il 16,7%, fermandosi a 187,50 euro al quintale. Stabile, a valori sempre importanti, il Pinot Nero del Trentino, la base delle migliori bollicine di Trentodoc, quotato 235 euro al quintale. Anche il Roero Arneis conferma le quotazioni 2016, a 170 euro al quintale, mentre in Veneto sono in calo sia il Soave (68,5 euro a quintale) che il Soave Classico (92,5 euro a quintale). Dalle Marche, invece, secondo diverse fonti, il Verdicchio di Jesi viaggia intorno agli 85 euro a quintale, mentre quello di Matelica si attesta intorno ai 90 euro. Grande movimento tra le tante denominazioni del Lazio, nel bene e nel male: se il Colli Albani e Frascati perdono, rispettivamente, il 12,6% (45 euro al quintale) e l’11,8% (75 euro al quintale), infatti, il Marino guadagna il 12% (70 euro al quintale).

La vigna ha memoria. Ecco l’ultima ricerca dell’AIVV sul Sangiovese

La vigna sembra mostrare una memoria genetica di dove proviene. È stato questo il tema principe dell’incontro intitolato “Sentieri: un percorso di ricerca nel vitigno Sangiovese”, organizzato il 10 luglio dall’Accademia Italiana della Vite e del Vino e da Foragri, il Fondo nazionale per la formazione continua in agricoltura, presso la Galleria del Cardinale di Palazzo Colonna a Roma. Lo spunto del convegno lo ha fornito una recente ricerca scientifica compiuta dall’Accademia stessa. Uno studio effettuato sul Sangiovese che sembra mostrare che nel Dna delle viti resti traccia del terreno in cui è stato tradizionalmente coltivato. Il risultato innovativo della ricerca è stato presentato nella relazione dei ricercatori del Crea-Vit di Arezzo Paolo Storchi e Stefano Meneghetti, coordinati da Roberto Bianchi, Direttore generale di Foragri. Lo studio è stato effettuato sul Sangiovese perché è il più diffuso vitigno italiano ed è coltivato in molte regioni del Paese, ma grazie alle sue antiche origini, oggi mostra un’elevata variabilità morfologica che ha portato alla selezione di molti biotipi locali con più di un centinaio di cloni registrati. Esso principalmente si divide in due famiglie: Sangiovese grosso, il più diffuso e presente nel Catalogo Nazionale delle Varietà di Vite, e Sangiovese piccolo, spesso chiamata come Sanvicetro e non presente nel Catalogo Nazionale. Un altro elemento che porta ulteriori confusioni sul Sangiovese è la ricca presenza di denominazioni locali di questo vitigno: basti pensare al Brunello di Montalcino, al Morellino di Scansano, al Prugnolo di Montepulciano, al Chianti fiorentino e classico, ai Sangiovesi romagnolo, di Pitigliano e del Valdarno, solo per citarne alcuni, che all’analisi varietale risultano tutti Sangiovese grosso, così come il Nielluccio coltivato in Corsica.

Si è quindi condotto uno studio molecolare sulle due varietà di Sangiovese, chiamate Sangiovese grosso e Sangiovese piccolo, affiancando anche una terza cultivar, quella del Montepulciano (per fare un’analisi non solo intra- ma anche inter- varietale di maggior respiro), allo scopo di verificare se, come successo in altre cultivar di vite, accessioni di uno stesso vitigno coltivato in areali differenti potessero poi differenziarsi a livello molecolare, così come avviene a livello enologico nei vini. I sottogruppi hanno tutti mostrato un legame con la differente provenienza geografica delle accessioni stesse: per il Sangiovese grosso si sono evidenziati 4 raggruppamenti principali, uno riguardante le accessioni provenienti della Toscana (il più numeroso), uno per quelle di Lazio ed Emilia-Romagna, uno per quelle del Nord Italia e uno per quelle del Meridione. In particolare, considerando solo le accessioni toscane e inserendo il Nielluccio corso come out-group, si è notato come i materiali di Montalcino (Brunello) si sono raggruppati separatamente a quelli del Chianti classico e fiorentino, alle accessioni di Scansano (Morellino) e a quelle di Montepulciano (Prugnolo), staccandosi dalle tre accessioni di Sangiovese romagnolo che hanno costituito quasi un secondo out-grup. Questi risultati confermano che la differenziazione dei biotipi di Sangiovese grosso nel territorio toscano seguono un gradiente geografico strettamente legato ai loro areali di coltivazione, pur trattandosi di accessioni tutte identificate agli SSR come Sangiovese grosso

La dimostrazione è stata poi suffragata, per gli aspetti agronomici, da Stefano Cinelli Colombini, amministratore delegato di Fattoria dei Barbi che ha riportato le ricerche pluriennali della sua azienda, e per gli aspetti enologici dal professor Vincenzo Gerbi dell’Università di Torino.

Nel pomeriggio produttori e giornalisti hanno dibattuto in tavola rotonda sull’impatto che la ricerca presentata al mattina potrebbe avere: coordinati dal professor Davide Gaeta, dell’Università di Verona, si sono confrontati Lamberto Frescobaldi dei Marchesi Frescobaldi, Emilia Nardi delle Tenute Silvio Nardi, Alessandro Mori del Marroneto, Giacomo Neri di Casanova di Neri, entrambi autori di un Brunello di Montalcino da 100/100 punti di Decanter. I relatori, insieme al sommelier Luca Gardini e il professor Antonio Calò, hanno discusso con passione sulla possibilità che questa scoperta aprisse le porte ad una possibile divisione in sottozone, come per la zonazione del Bordeaux, o ad una certificazione di Cru aziendale, su modello della Borgogna.

Antinori investe in Cile. Rilevata la cantina Haras de Pirque

Non conosce limiti l’ambizioso progetto di Antinori, che continua ad allargare la propria influenza e sarebbe pronta ad investire in Cile. Secondo le ultime indiscrezioni, raccolte da WineNews.it, la storica realtà Toscana guidata da Albiera Antinori ha rilevato il 100% della cantina Haras de Pirque, famosa per la sua forma a Ferro di Cavallo, con i suoi 100 ettari di vigneti nella valle del Maipo, uno dei territori più prestigiosi in campo enoico del Paese. Dal 2003 esisteva già un accordo tra la famiglia Antinori e quella di Eduardo A. Matte, attiva soprattutto nel campo dei cavalli da corsa, che aveva portato alla creazione del vino Albis, unione tra il Cabernet Sauvignon e il Carmenère. Con l’annessione di Haras de Pirque, Antinori supera i 2.000 ettari complessivi di proprietà, di cui oltre 1.500 tra Toscana (tra cui Tenuta Pian delle Vigne a Montalcino) e Umbria, più di 50 in Piemonte, 350 in Puglia, 60 in Franciacorta, e altri 600 in tutto il mondo tra Cile, Usa, Ungheria, Romania e Malta.

Il Rosso di Montalcino al matrimonio di Morata e Campello

Il Rosso di Montalcino a innaffiare i calci delle quattrocento persone invitate alle nozze di Alvaro Morata e Alice Campello, celebrato lo scorso 17 giugno a Venezia. Morata, calciatore del Real Madrid, e Campello, giovane modella italiana, hanno scelto di impreziosire il menù con un Mastrojanni DOC 2015. La conferma arriva da una foto girata su Instagram e subito rilanciata dal profilo Facebook dell’azienda vinicola di Montalcino. “È vero ed è una cosa che ci fa piacere – afferma Andrea Machetti, ad di Mastrojanni – anche se lo abbiamo saputo per via indiretta. Noi non cerchiamo storie di questo tipo, preferiamo iniziative di beneficenza. Comunque vuol dire che il nostro prodotto piace. Non è la prima volta che veniamo accostati a personaggi famosi. Anni fa, per dire, il Ministero consegnò una nostra bottiglia ad Obama”. Adesso è successa la stessa cosa al tavolo dell’ex campione della Juventus. Un motivo d’orgoglio, oltre che una discreta pubblicità, per Mastrojanni ma anche per tutti i produttori di Montalcino.

Jazz & Wine al via domani a Castello Banfi

Dopo un lungo e piacevole anteprima con la Giovanni Amato Quintet (giovedì 6 luglio) e la Tankio Band (giovedi 13), la ventesima edizione di Jazz & Wine in Montalcino è pronta a far divertire gli amanti della musica e del vino. Da domani a domenica, prima a Castello Banfi e poi nella Fortezza e sempre alle 21.15, Montalcino vivrà serate indimenticabili all’insegna di artisti dalla fama internazionale. Si parte con Yakir Arbib, pianista e compositore, vero re dell’improvvisazione ed esperto sia nella musica classica che nel jazz. Con lui, sul palco, due straordinari musicisti: Roberto Giaquinto, newyorkese d’adozione (batteria), e Francesco Ponticelli (contrabbasso). Come tradizione il primo appuntamento del festival sarà ospitato nel Castello Banfi, poi gli spettacoli si trasferiranno nella trecentesca Fortezza di Montalcino con un programma pieno di ritmo e ospiti eccellenti. Mercoledì 19 luglio la Jazz & Wine Orchestra diretta da Mario Corvini si esibisce con due solisti d’eccezione. Nella prima parte sarà protagonista il trombone di Marcello Rosa con special guest Filippo La Porta (percussioni). Poi il palco passa a Stefano di Battista con il suo sax dal blasone internazionale per una performance dedicata al Be-Bop. Giovedì 20 luglio arriva il progetto Robert Glasper Experiment con Robert Glasper, due volte Grammy Award e promessa della scena mondiale (tastiere), Mark Colenburg (batteria), Casey Benjamin (sassofono), Burniss Traviss II (basso), Mike Severson (chitarra) La rassegna proseguirà venerdì 21 luglio con il Roy Hargrove Quintet. Considerato uno dei più autorevoli trombettisti jazz al mondo, Roy Hargrove, affiancato da Justin Robinson (sax alto, flauto traverso), Tadataka Unno (pianoforte), Ameen Saleem (contrabbasso) e Quincy Philips (batteria), propone un viaggio nel grande jazz internazionale. Le trombe uniche e trascinanti di Enrico Rava e Tomasz Stanko saranno protagoniste dell’appuntamento di sabato 22 luglio quando l’European Legends Quintet presenterà il nuovo progetto che lega i due artisti: musica scritta a quattro mani, per un jazz moderno, lirico ed emozionante. Con loro Dezron Douglas (basso), Gerald Cleaver (batteria) e Giovanni Guidi (pianoforte). Il gran finale di “Jazz & Wine in Montalcino” è affidato domenica 23 luglio al pianoforte di Danilo Rea e al suo “Something in our way”, un viaggio di note ed emozioni nei grandi successi dei Beatles e dei Rolling Stones riletti dalla sensibilità di Rea. La Direzione Artistica è affidata a Paolo Rubei di Jazzin’Around by Alexanderplatz. Tutti gli spettacoli di Jazz & Wine in Montalcino avranno inizio alle ore 21.45. Per informazioni, prenotazioni e biglietti contattare: Proloco Montalcino, 0577 849331 / 348 8855416 – info@prolocomontalcino.com Banfi 0577 840111 – marketing@banfi.it (anche prenotazioni per i concerti di Castello Banfi) Eventbrite: http://bit.ly/prenotazionijazzandwinefortezza.

Grande successo per l’anteprima di “Jazz&Wine”

Si è chiusa ieri sera a Castello Banfi “Aspettando Jazz & Wine”, l’anteprima della ventesima edizione del festival nato dalla collaborazione tra Banfi, la famiglia Rubei dell’Alexanderplatz di Roma ed il Comune di Montalcino. Ispiratore dello spettacolo è stato Frank Zappa, omaggiato dalla Tankio Band di Riccardo Fassi, Manlio Maresca, Pierpaolo Bisogno, Steve Cantarano e  Pietro Iodice. “È stata davvero una bella serata” – commenta Rodolfo Maralli, tra i fondatori del festival. “Castello Banfi ha uno spazio limitato ma era tutto esaurito da giorni. Il colpo d’occhio è stato notevole con quasi duecento persone presenti. Il concerto è finito oltre mezzanotte e la gente chiedeva ancora il bis!”. Ospite d’eccezione è stato Napoleon Murphy Brock, front man dello stesso Zappa, col quale collaborò tra il 1974 ed il 1984. L’anteprima si è conclusa ma adesso Jazz & Wine entra nel vivo della festa. Dal 18 al 23 luglio, ogni sera, sarà un continuo alternarsi di spettacoli. Martedì, sempre a Castello Banfi, spazio a Yakir Arbib, uno dei più quotati pianisti jazz internazionali e famoso per le sue improvvisazioni. Da mercoledì il festival si sposta nella Fortezza di Montalcino. Si comincia con la Jazz & Wine Orchestra diretta da Mario Corvini, giovedì il progetto Robert Glasper Experiment, venerdì il Roy Hargrove Quintet, sabato Enrico Rava e Tomasz Stanko con l’European Legends Quintet e domenica, per concludere, Danilo Rea e il suo “Something in our way”, un viaggio musicale nei grandi successi dei Beatles e dei Rolling Stones riletti dall’artista vicentino.

Capitali stranieri nel vino italiano? Per Kerin O’Keefe è positivo ma serve attenzione

L’interesse continuo di capitali stranieri nelle più prestigiose realtà del vino italiano in generale positivo, ma deve far riflettere su alcuni aspetti: da un lato, cosa ne sarà del futuro delle aziende stesse dal momento che spesso i nuovi proprietari non solo legati all’agricoltura, dall’altro, il fatto che, se a volte, visti i tempi, certe offerte sono davvero irrinunciabili, c’è anche una questione di fondo legata ad un complesso ricambio generazionale alla guida delle aziende che, talvolta, può accelerare il processo di cessione di una cantina, per quanto in salute e prestigiosa. Queste, in sintesi, le considerazioni, a WineNews, di Kerin O’Keefe, autrice del libro Brunello di Montalcino, (University of California Press, 2012) e Italian Editor della rivista Wine Enthusiast, a commento della cessione di Poggio Antico, una delle realtà più prestigiose del Brunello di Montalcino (200 ettaridi terreno complessivo tra boschi, uliveti, seminativi e ovviamente vigneti, 32,5 ettaricomplessivi, di cui 28 ettaria Brunello, 2 ettari a Rosso di Montalcino e 2,5 ettari a Cabernet Sauvignon, https://goo.gl/xfF9SM), ai belgi di Atlas Invest, società attiva soprattutto nel settore dell’energia e del real estate, e fondata nel 2007 da Marcel van Poecke, che è solo l’ultima di una lunga serie di acquisizioni di importanti realtà italiane del vino da parte di investitori stranieri, spesso di altri settori.
“Il trend di vendere aziende storiche e importanti a proprietari stranieri è in generale positivo – spiega la O’Keefe – ma può avere anche degli elementi negativi. Positivo perché è una conferma assoluta del grandissimo interesse e rispetto per i vini italiani nel mondo. Ma a mio parere, questo stesso trend ha un lato negativo dato che le persone (o in qualche caso, grandi aziende) che stanno acquisendo queste aziende agricole – che sono quasi sempre a gestione familiare – non hanno un legame storico con l’Italia. Quindi resta da vedere come le gestiranno, soprattutto quando gli attuali proprietari, che in genere restano per qualche anno per avere una transizione graduale, lasciano definitivamente le aziende”.
Tantissimi i casi, a Montalcino e non solo, di aziende finite sotto proprietà straniera. A partire da Castello Banfi, la cantina che, case history anticipatrice di una tendenza ormai consolidata che vede la presenza nel vigneto italiano di imprenditori stranieri, con la famiglia Mariani, che ha aperto il territorio di Montalcino al mondo ed i suoi mercati al Brunello. Ma negli ultimi anni molte sono state le compravendite eccellenti, anche “Italia su Italia”. A fine 2016 ha fatto il giro del mondo l’annuncio dell’ingresso nella Tenuta Greppo della famiglia Biondi Santi, dove è nato il Brunello e oggi guidata da Jacopo Biondi Santi, del gruppo del lusso francese Epi Group di Christopher Descours (proprietaria di marchi di alta gamma come gli Champagne Piper-Heidsieck, Charles Heidsieck e Chateau La Verriere a Bordeaux). L’imprenditore argentino Alejandro Bulgheroni, tra gli uomini più facoltosi al mondo, già proprietario di Dievole in Chianti Classico, a Montalcino ha investito per tre volte in meno di quattro anni:nel 2016 con l’acquisto di Tenuta Vitanza da Rosalba Vitanza e Guido Andreatta (53 ettari, 26 a vigneto, 15 a Brunello, per una cifra sui 12-15 milioni di euro); nel 2013 con Podere Brizio (9 ettari vitati, 7 a Brunello, per un affare da indiscrezioni di oltre 10 milioni di euro); e, la prima volta, nel 2012, con Poggio Landi (134 ettari, 25 a vigneto, per una cifra stimabile sui 15 milioni di euro). Ad inizio 2016, i tedeschi Eichbauer, famiglia top dell’edilizia in Germania e fondatrice del ristorante bistellato Michelin “Tantris” a Monaco di Baviera, hanno comprato Podere Salicutti (11 ettari, 3,7 di vigneto, di cui 2,1 a Brunello, per una cifra stimabile tra 3-4 milioni di euro) dal fondatore Francesco Leanza, rimasto nel management dell’azienda. Nel 2015 vanno ricordati l’acquisto da parte dell’imprenditore americano Gary Rieschel, al timone della Qiming Venture Partners di Shanghai, de La Cerbaiona (14,6 ettari, 3,2 ettari vitati, di cui 1,7 a Brunello, per una cifra stimabile sui 6 milioni di euro ) ceduta dai proprietari Diego e Nora Molinari. Prima ancora, l’imprenditore brasiliano Andre Santos Esteves, con la sua Leblon Investiments, ha comprato nel 2013 la storica Argiano; nel 2012 la società panamense Soleya International Corporation ha acquistato la Tenuta Oliveto; nel 2011 Ruffino proprietaria di Greppone Mazzi è diventata al 100% del colosso americano Constellation Brands, e un altro americano, Louis Camilleri, alla guida di Altria Group Inc, la holding che controlla il gruppo Philip Morris, acquistava Il Giardinello; nel 2000, infine, era stato l’americano Richard Parsons, ex ad della Time Warner, a comprare Il Palazzone. E questo solo per citare i casi più celebri a Montalcino.
Ma, poco distante, a Montepulciano, terroir del Nobile, i Rothenberger, che, con la Dr. Herbert Rothenberger Holding, sviluppano un business intorno al miliardo di euro nei settori della meccanica, della tecnologia per l’ambiente e del real estate, nel 2015, hanno acquisito la cantina Icario (22 ettari di vigneto). Stesso territorio in cui, nei primi mesi 2016, ha investito il Gruppo Schenk, fondato in Svizzera nel 1893 da Arnold Schenk e oggi tra i leader del vino italiano ed europeo, con l’Azienda Agricola Lunadoro, oltre 50 ettari di terreno, di cui 12 vitati, tutti iscritti a Nobile, per ampliare così la sua gamma di vini che spaziano dall’Alto Adige alla Sicilia.
La Costa Toscana, il prestigio di Bolgheri ed il fascino di una delle sue tenute più belle, con i suoi 75 ettari di vigneti (su 500 totali) che corrono a perdita d’occhio verso il mare, hanno fatto innamorare il giovane imprenditore austriaco Stanislaus Turnauer, proprietario di Constantia Industries, nel 2016, ha acquistato la maggioranza della proprietà di Tenuta Argentiera,dai fratelli Corrado e Marcello Fratini (Gruppo Fingen), lasciando in azienda tutto l’attuale management.
Dalla Toscana al Piemonte, se il 2015 è stato l’anno della Langa e del Barolo dove ormai si ragiona a suon di milioni di euro per comprare un angolo di terra da Nebbiolo – e dove la divisione vino del Gruppo Campari ha venduto il 100% del capitale sociale della Enrico Serafino alla statunitense Krause Holdings Inc, con un affare da 6,1 milioni di euro – le compravendite 2016 hanno visto protagonista il vicino Monferrato (dai 50.000 agli 80-90.000 euro a ettaro nei terreni d’eccellenza), e più precisamente Castel Boglione, dove un gruppo olandese-statunitense di investitori ha acquistato una cascina con 20 ettari di terreni di cui 12 a vigneto da Gianni Bertolino, presidente dell’Associazione del Nizza.
Ma è da qui che arrivata anche la notizia più curiosa: Villa Boemia a Cuccaro Monferrato, l’azienda del grande calciatore e allenatore svedese Nils Liedholm, scomparso nel 2007, è ora di proprietà cinese, ceduta, nel 2015, dal figlio erede Carlo, ad un gruppo asiatico leader mondiale nel settore degli ascensori, che ora continuerà a produrre il Grignolino amato dal “Barone”. Andando a ritroso, e citando le compravendite più celebri, nel 2014 Vignamaggio, storica villa del Chianti Classico, appartenuta alla famiglia de La Gioconda, è stata acquistata dall’imprenditore con base in Sudafrica Patrice Taravella. Nel 2008 la belga Virginie Saverys (Compagnie Marittime Belghe Nv) ha acquistato la storica cantina del Nobile Avignonesi. Ma ci sono anche Capannelle, nel Chianti Classico, di James B. Sherwood, businessman americano ma con sede in Gran Bretagna, fondatore ed azionista del gruppo Orient – Express Hotels, e La Mozza in Maremma e Bastianich Vineyards in Friuli Venezia Giulia, degli italo-americani Lidia e Joseph Bastianich, tra i più importanti ristoratori degli Stati Uniti.
Senza dimenticare Tenute Sella & Mosca, tra le realtà più belle dei Sardegna (541 ettari vitati, di cui 520 a corpo unico: uno dei più grandi appezzamenti d’Europa), e Teruzzi & Puthod, tra i marchi più importanti nel territorio della Vernaccia di San Gimignano in Toscana (96 ettari tra quelli di proprietà o in conduzione), passati dalla proprietà del Gruppo Campari a quella del Gruppo Terra Moretti, in partnership con gli asiatici di Nuo Capital SA, società presieduta da Stephen Chang, discendente della storica famiglia di Hong Kong Cheng Pao.
Insomma, un fenomeno di grande impatto e portata, con dinamica che, in ogni caso, nel complesso è da leggere in positivo, secondo Kerin O’Keefe, Italian Editor della importante rivista americana Wine Enthusiast: “è assolutamente è un segno di salute del vino italiano. Ma forse vuol dire anche che in diversi casi le nuove generazioni non hanno la voglia di mandare avanti le aziende di famiglia”. Un fenomeno che, peraltro, non sembra destinato a rallentare: “io credo che continuerà, soprattutto nelle zone di produzione dei grandi vini che attirano questo tipo di investimenti: le valutazioni sono evidentemente così alte che diventa molto difficile resistere a certe offerte da parte di alcuni produttori”.

Ancora capitali stranieri a Montalcino, Atlas Invest compra Poggio Antico

Ancora capitali stranieri investono a Montalcino, terra del Brunello. A passare di mano, riporta WineNews, è Poggio Antico, una delle più belle aziende del territorio, con 200 ettari di terreno complessivo tra boschi, uliveti, seminativi e ovviamente vigneti, 32,5 ettari complessivi, di cui 28 a Brunello, 2 a Rosso di Montalcino e 2,5 a Cabernet Sauvignon (www.poggioantico.com), che è stata acquistata dalla compagnia belga Atlas Invest, attiva soprattutto nel settore dell’energia e del real estate, e fondata nel 2008 da Marcel van Poecke. Poggio Antico, tra i nomi più importanti del Brunello, che tra i suoi possedimenti ha anche, oltre alla cantina di vinificazione e la bottaia, un importante ristorante, è stata guidata per oltre 30 anni da Paola Gloder, insieme al marito Alberto Montefiori, che ne hanno fatto una delle realtà più quotate del Brunello di Montalcino, soprattutto a livello internazionale, e che rimarranno in azienda ancora per qualche tempo, per garantire un passaggio di consegne “morbido” al nuovo general manager Federico Trost, scelto dalla nuova proprietà, e con una notevole esperienza di direttore commerciale e non solo per realtà come Brancaia, Santa Margherita, Le Tenute di Genagricola e non solo. Riservate le cifre dell’affare, anche se un ettaro di Brunello di Montalcino, a valori di mercato, è stimato sui 4-500.000 euro. “Paola Gloder, Alberto Montefiori e Marcel van Poecke guardano avanti alla prosperità a lungo termine del nome di Poggio Antico e al costante miglioramento dei vini prodotti dall’azienda, in continuità con la tradizione che si è affermata nelle ultime tre decadi”, si legge in una nota.

Il Brunello di Montalcino nel cuore di Nicoletta Mantovani

C’è anche il Brunello nel cuore di Nicoletta Mantovani. L’attuale produttrice cinematografica ed ex seconda moglie di Pavarotti ha incluso il celebre vino di Montalcino nella sua ristretta lista delle preferenze enologiche. Assieme al Brunello trova spazio anche il Gewürtztraminer, come si legge sull’ultima edizione de ‘I quaderni di Winenews’, nella rubrica I tre vini del cuore di… Bolognese ma modenese d’adozione, Nicoletta Mantovani entrò nel 1993 nello staff di Luciano Pavarotti, che sposerà dieci anni dopo. Con la morte del tenore, nel 2007, la Mantovani ricopre il ruolo di direttore artistico di “Pavarotti & Friends”, curando personalmente i contatti con gli artisti, il marketing e gli sponsor. Nel 2000 ha prodotto il musical Rent, versione del terzo millennio della Bohème di Puccini. Nel 2006 ha gestito le personalità internazionali del mondo dello spettacolo per i XX Giochi Olimpici Invernali di Torino. Nel 2009 è stata per pochi mesi assessore alla cultura del Comune di Bologna e dal 2014 al 2017 ha bissato la sua esperienza politica al Comune di Firenze, prima di cimentarsi nel mondo della cinematografia. Il mensile di Winenews.it ha chiesto anche quali fossero i vini che preferiva suo marito. Lambrusco e Ripasso, ha risposto la Mantovani. Ma siamo certi che, al grande Luciano, il Brunello non dispiacesse. E l’etichetta di Montalcino presente al tavolo degli sposi, in occasione del matrimonio del 2003, è lì a dimostrarlo.