Dario Fo e Dioniso: tra arte e vino, tra ragione e ironia

Esiste un legame indissolubile tra cinema e wine&food sono entrambe forme d’arte elevatissime. Siamo sotto la protezione di un grande dio, Dioniso, dio della sregolatezza ma anche della fantasia”. Così Lina Wertmuller definisce l’arte, in tutte le sue forme, e Dioniso, suo protettore, al quale Montalcino, anni fa rese omaggio. Era il lontano 1986, quando, nel suggestivo scenario della Fortezza, fu allestito un banchetto-spettacolo (su idea di Ferruccio Marotti, deus ex machina dello Studio Internazione dello Spettacolo, un progetto di seminari e spettacoli teatrali che per tre anni ebbero come sede la patria del Brunello). Gli spettatori di questo insolito convito ebbero la straordinaria possibilità di partecipare alla cena assaggiando pietanze e manicaretti preparati dalle mani sapienti delle “massaie” dei quattro Quartieri di Montalcino, seduti fianco a fianco a personaggi d’eccezione: da Dario Fo a Renato Rascel, da Franca Valeri a Manuela Kustermann, da Piero Di Iorio a Massimo Venturiello, da Elsa Martinelli a Franco Camarlinghi, da Renato Nicolini a Rosa Fumetto, tutti coordinati da Daniele Formica nel ruolo di “provocatore” a tempo pieno. Ed è prorio Dario Fo, in un audio intervista rilasciata, a Montalcino, in quell’estate del 1986, a raccontare le origini del teatro che si legano inscindibilmente al culto dionisiaco. “Il teatro, culto dell’ebrezza, del piacere e della festa che è sacralità e dissacrazione insieme, è rito e immolazione, alle sue origini, doveva legare collettivamente la gente, liberarla da angosce e tensioni. Era un momento di grande catarsi e liberazione, un momento per acquisire grande forza e carica emotiva. Anche oggi il teatro di valore tende ad agglomerare a creare collettività a sviluppare o sciogliere bisogni. Ed è una festa anche se magari si sviluppa in chiave tragica”. Scendendo nel particolare del suo lavoro, del suo modo di fare teatro, una commistione tra la commedia dell’arte e la satira sociale, ma anche politica, racconta: “facendo teatro dialettico, utilizzo sia il tema della gioiosità e della festa, ma anche, in conflitto, quello della riflessione. Il far ridere è certamente un aspetto positivo. L’ilarità, il ridere servono a controllare ciò che di eccessivo di abnorme e di amorale si svolge in una società controllata da regole esagerate definitive e dogmatiche. Scardina le potenzialità negative dell’individuo e fa sciogliere attraverso la ragione e la riflessione. La ragione passa sempre dall’ironia saper vedere il rovescio delle leggi che dovrebbero legare gli uomini ad una vita civile, ridere è grande riflessione sulle stupidità umane”.

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