Il Brunello sbanca ma attenzione a non abbassare la guardia

A Montalcino sembra di essere tornati indietro di 20 anni: export al top, scorte quasi finite e richieste anticipate per l’annata 2011. Eppure la produzione rimane stabile. Quali conseguenze? Si alza il valore e cala il peso degli imbottigliatori. Ecco l’analisi di Andrea Gabbrielli per il Gambero Rosso.
“L’annata 2010 è ormai agli sgoccioli e sembra, man mano che il tempo passa, avere le stesse caratteristiche dell’annata 1990 (commercializzata nel 1995), unanimemente considerata come l’anno della svolta del Brunello di Montalcino. Infatti da prodotto conosciuto localmente, grazie anche all’apertura del mercato americano e a una grande annata, divenne un vino di fama internazionale, seppur diffuso in un numero limitato di mercati. A vent’anni di distanza, la splendida annata 2010, commercializzata nel 2015, sta segnando un’altra svolta perché il Brunello ha ormai assunto una dimensione globale ed è sempre più uno dei vini italiani di riferimento nel mondo, con il 70% del totale prodotto, venduto all’estero.
L’annata 2010 e l’effetto traino
Giampiero Pazzaglia, coordinatore del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, descrive così il panorama della denominazione: “La produzione totale del Brunello di Montalcino 2010 è stata di 9,2 milioni di bottiglie da 75 cl. di cui un milione a Riserva e 8,2 milioni ad annata. Al 31 ottobre 2015 sono state cedute 7,8 milioni di euro, 800 mila fascette su 8,2 milioni potenziali. Già, sin d’ora, abbiamo una richiesta anticipata di fascette relative al Brunello di Montalcino 2011 (in vendita dal primo gennaio 2016) che saranno circa 7,65 milioni, oltre al Brunello Riserva 2010 (anche questo in vendita da gennaio) con circa un milione di pezzi. Questa richiesta, così sostenuta, ha inoltre trainato le ultime giacenze di Brunello 2008 e 2009 che qualche produttore aveva ancora in cantina”. Enrico Viglierchio, direttore generale della Banfi, azienda che esporta Brunello in 90 Paesi del mondo, ribadisce che “l’annata 2010 è stata estremamente importante, perché dopo alcune annate intermedie dal punto di vista commerciale, è servita per affermare con forza che il Brunello è un riferimento per i vini italiani di alta gamma all’estero. Certo ci sono mercati più sensibili e altri meno, ma ormai la distribuzione è globale e dappertutto siamo accolti nello stesso modo”. Dappertutto tranne che in Italia, dove i consumi interni (per il Brunello, ma anche per tutte le altre denominazioni) non decollano. Per la Docg toscana rappresentano il 18% del totale, con la vendita sul luogo di produzione (enoteche di Montalcino) stabili al 12%. Tutt’altra storia per l’export che è passato dal 65% del 2012 al 67% del 2013, fino al 70% di oggi.
Sul ruolo che l’annata 2010 sta svolgendo e ha svolto, è d’accordo anche il conte Francesco Marone Cinzano di Col d’Orcia “Quest’anno fin da gennaio/febbraio gli ordini sono iniziati ad arrivare piuttosto copiosi, con modalità che mi hanno riportato ai bei tempi prima del 2008. Si tratta di un ulteriore segnale dei mercati che stanno finendo di assorbire il raddoppio della produzione verificato qualche anno fa. In un quadro generale dove gli imbottigliatori non stanno crescendo, anche a causa degli alti prezzi dello sfuso”.
I volumi complessivi del Brunello e le quotazioni
Già perché i volumi complessivi del Brunello, al netto dell’influsso meteo sull’annata, rimangono sostanzialmente stabili. In questi anni la reale resa produttiva nelle aziende di Montalcino produttrici di Brunello ha oscillato tra i 58 e i 64 quintali/ettaro rispetto al tetto massimo di 80 q.li previsti dal disciplinare. Di fatto la linea scelta dai produttori è quella di incrementare il valore unitario della produzione, rimandando qualsiasi decisione su un possibile ampliamento dei volumi, che quei 22 o i 16 quintali in meno sugli 80 q.li previsti, potrebbero agevolmente permettere.
In sostanza la scelta condivisa, a partire dal 2007, quando si decise di abbassare le rese, sta pagando in termini di innalzamento della qualità media del Brunello sia delle grandi, sia delle piccole aziende. Tale scelta limita, di fatto, il peso e il ruolo degli imbottigliatori. Basti pensare che il Brunello 2010 sfuso ha toccato 1,4 mila euro ad ettolitro ed il 2011, che pur essendo un’annata meno importante e più magra, viene trattata a mille euro.
La ricaduta sul Rosso di Montalcino
Anche il Rosso di Montalcino non è immune da questa crescita: una partita di 1,5 mila quintali di uva da Rosso è stata pagata ben 400 euro al quintale. Con prezzi così elevati, i margini di manovra delle aziende imbottigliatrici sono assai ridotti. Fabrizio Bindocci, direttore de Il Poggione e presidente del Consorzio di tutela, fresco del riconoscimento ottenuto dal Brunello di Montalcino 2010 che ha conquistato un lusinghiero 4° posto nella Top 100 della rivista americana Wine Spectator, osserva che “la richiesta del 2010 non solo ha assorbito pure le vecchie annate, ma anche spinto il Rosso di Montalcino: oggi dopo un anno possiamo parlare di esaurito tecnico. Quanto al Consorzio la strada è già impostata: manterremo i volumi facendo crescere il prezzo unitario, pur nella consapevolezza che non tutti possono esprimere lo stesso tenore di qualità. In futuro, se i prezzi saliranno ancora, si potrà scegliere di produrre qualcosa di più, per calmierarli”.
Il valore della denominazione
Un richiamo a stare con i piedi sempre per terra viene da Enrico Viglierchio (Banfi) il quale osserva che “I risultati positivi vanno visti sempre con l’occhio critico, perché non necessariamente potranno essere mantenuti anche negli anni a venire. Infatti bisogna sempre cercare un equilibrio tra il valore unitario della bottiglia e il valore globale della denominazione: ci deve essere coerenza perché le fughe sui prezzi non sono ammesse”. Uno spiraglio su quanto sta succedendo a proposito del valore complessivo della denominazione, sia dal punto di vista immobiliare che dei marchi aziendali, lo hanno aperto gli ultimi passaggi di proprietà di aziende montalcinesi che, per la cospicuità delle somme pagate, in qualche caso hanno suscitato scalpore. Si tratta di investimenti importanti che esulano dal mero calcolo della redditività aziendale. Quest’ultima, infatti, da sola non giustificherebbe tali investimenti. Ma evidentemente, secondo gli investitori, il valore complessivo, immobiliare e aziendale, è destinato a crescere ulteriormente in futuro. Da questo punto di vista Montalcino è un modello che fa scuola, da seguire e da imitare.
Il comitato Montalcino Bio
Si è costituito il 23 novembre all’Enoteca La Fortezza, il Comitato Montalcino Bio. Il comitato promotore, di cui fanno parte tra gli altri Francesco Marone Cinzano (Col d’Orcia) e le aziende Le Chiuse, Le Ragnaie, Stella di Campalto, Donatella Cinelli, Camigliano, Cupano e altri, ha la missione di promuovere e di sviluppare l’agricoltura biologica nel suo complesso con l’obiettivo di realizzare Distretto Bio nel territorio comunale di Montalcino. Al Comitato possono aderire enti pubblici, privati, e gli imprenditori a vario titolo della zona”.

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