Certificazioni: l’economia Toscana vola grazie al vino

Sono i prodotti certificati Igp e Dop ad alzare la qualità dell’enogastronomia e a spingere la produzione. E, nella corsa all’oro Siena guida la classifica regionale, staccando Firenze. Un giro d’affari da 480 milioni di euro, che cresce grazie ai mercati stranieri e si sviluppa grazie al vino e a Denominazioni come il Brunello di Montalcino.
Gli ultimi prodotti «certificati» in Italia sono stati la Mortadella di Prato Igp e i Cantuccini toscani Igp, una conferma del primato della Toscana all’interno dell’agricoltura e della viniviticoltura di qualità. La regione conta 90 prodotti tutelati fra cibo e vino, tra cui 67 denominazioni Dop e 19 Igp, con una tendenza in continua crescita dall’inizio degli anni ‘90.
Ma quanto vale questo primato, qual è il suo peso nell’economia regionale? Come leggiamo nell’analisi di Mauro Bonciani per il Corriere Fiorentino, la situazione risulta essere a mosaico, con il settore del vino – leader per fatturato sia sul mercato italiano che su quello estero – che “pesa” oltre dieci volte il resto dell’agri-food toscano, mentre per il settore agricolo e per i cibi la Toscana si trova al decimo posto in Italia, contro il secondo posto in campo enoico. La provincia nella quale le certificazioni hanno più peso economico è quella di Siena, con 167 milioni l’anno, seguita da Firenze con 79 milioni, fanalino di coda Massa Carrara con appena 9 milioni; il peso pro capite per ogni toscano delle ricadute di Dop e Igp è di circa 130 euro. “Il fenomeno delle certificazioni è cresciuto negli anni con processi virtuosi che hanno riguardato i produttori e la qualità – spiega a Bonciani Mauro Rosati, direttore di Qualivita, la fondazione per la protezione e la valorizzazione dei prodotti agroalimentari di qualità che mercoledì a Roma presenterà il rapporto nazionale Qualivita-Ismea sull’impatto socio-economico di Dop e Igp – In Italia questo comparto vale circa il 10% dell’intero settore, percentuale che in Toscana è superiore grazie soprattutto al vino, dove le certificazioni sono più vecchie e dove i grandi marchi, Antinori, Frescobaldi, Castello Banfi, hanno fatto da volano aprendo al vino toscano nuovi mercati e dandogli un’immagine di eccellenza che poi ha giovato a tutti coloro che hanno puntato sulla qualità, abituando il consumatore ad essere esigente”.
La certificazione è un valore aggiunto come dimostra il caso della Finocchiona che ha avuto la Igp nell’aprile 2015 e che nella seconda metà dell’anno ha incrementato la produzione di quasi il 10% sulla spinta del riconoscimento. Ma da sola non basta: “Occorre che ci sia un lavoro di affiancamento dei produttori, che sono per la maggior parte piccoli, dopo che si è concluso il lavoro, anche politico, per ottenere una registrazione; altrimenti resta solo il “sigillo” e si perdono occasioni di crescita e sviluppo, anche di nuovi posti di lavoro – sottolinea Rosati – C’è bisogno quindi di una regia unica della Regione, che magari affianchi i consorzi, per spingere sulla promozione, sui controlli di qualità, sull’ottenimento di fondi europei così da rendere la certificazione non un costo per la piccola impresa ma un investimento, anche perché nell’agricoltura non ci sono grandi imprese toscane a fare da traino”. Un aiuto anche nella comunicazione? “Senza dubbio, basti pensare a quello che oggi significa il Brunello per Montalcino. Nel senese ad esempio ci sono due eccellenza come i ricciarelli e la cinta, ma oggi i ricciarelli valgono 12 milioni contro i 100 del 2000 e la cinta non cresce quanto potrebbe. Per questo sarebbe importante che nelle fiere, soprattutto all’estero, il cibo toscano affiancasse sempre i grandi vini: il necessario salto di qualità e dimensioni di Dop e Igp sarebbe più facile”.
L’agricoltura “certificata” è sempre più importante anche nel mondo delle cooperative, come spiega Sara Guidelli, nuova presidente di Legacoop Agroalimentare Toscana. “Noi abbiamo 36.500 soci (quasi un terzo delle imprese agricole toscane, ndr) per 2.100 addetti e trattiamo il 20% del totale delle produzione agricola regionale, con un fatturato di 600 milioni, frutto anche dell’export – spiega Guidelli – Da sempre puntiamo alla qualità e solo questo può permettere alla nostra agricoltura di essere competitiva, di crescere, di dare reddito ai produttori, come accade con l’olio certificato che è pagato 2-2,5 euro in più al litro al produttore rispetto a quello “generico”. Insieme alle certificazioni, che sono in aumento nella produzione che trattiamo: il 40% dell’olio toscano Igp è commercializzato da noi e abbiamo il gruppo Montalbano che fattura 200 milioni. Il consumatore, nel vino e nell’olio soprattutto, ormai ha imparato a conoscere Dop e Igp ed è disposto a pagare questi prodotti un po’ di più, pur rimanendo attento al giusto prezzo e pur con una ripresa dei consumi bassa, propensione che è maggiore nei consumatori esteri”. Certo i volumi del farro di Lucca o del marrone del Mugello restano piccoli e il nanismo di molte imprese impedisce di andare oltre il km zero. “Ognuno deve fare il proprio mestiere – sottolinea Guidelli – gli enti, le associazioni, i consorzi. Associarsi serve a ridurre i costi, anche delle certificazioni, ad aprire canali con la grande distribuzione o l’export. Ma sono le imprese, meglio se grandi, che devono fare la differenza, essere competitive, fare marketing, comunicazione; magari inventarsi marchi riconoscibili dei prodotti come è accaduto ad esempio con Melinda che ha grande visibilità e valore aggiunto”.

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